Un po' di me...un po' di noi

Mi chiamo Valeria Daolio e, con un cognome così, cos'altro avrei mai potuto fare nella vita, se non coltivare ulivi?

 

La mia famiglia, sia da parte di madre, sia da parte di padre, emiliano "emigrato" a Genova da bambino, è di origine contadina, la prima per necessità, la seconda per scelta.

Uno dei ricordi più belli della mia infanzia sono le vacanze estive trascorse a casa della nonna, sull'argine del Po;

lei, viso dolce e carattere autoritario, coi capelli turchini e l'enorme cappello di paglia, tenuto fermo da un grande foulard con una fantasia improbabile per ripararsi dal sole dei campi mentre zappava o faceva il bucato sull'aia, in una tinozza zincata piena di lisciva, grande quanto me.

 

Bellissima donna, rimasta vedova in giovane età, non si è mai riaccompagnata ed è riuscita a crescere due figli da sola, coltivando la terra e trasmettendo loro un forte senso del dovere e un carattere, per niente facile, ma con la determinazione giusta per affrontare la vita a muso duro.

E' stata una donna fortissima, nonostante fosse gracile come un uccellino.

La terra per lei era la vita e il ricordo dei suoi occhi verde chiarissimo, brillanti di gioia, mentre guardava (e parlava in dialetto) ai suoi fiori, mi riempie il cuore di nostalgia.

Da lei ho imparato ad essere una donna indipendente, a cucinare bene, a fare la sfoglia, a ridere di cuore fino a farmi venire le lacrime agli occhi, e la cosa più importante...che per fare le cose per bene ci vuole tempo, amore e dedizione.

Nonostante la sua abnegazione, devo ammettere che io non ho mai avuto una grande passione per la vita rurale, tutt'altro, però a volte succedono cose che ti fanno cambiare punto di vista: a me è successo quando sono diventata mamma...di 4 splendidi maschiacci.

Nel 1995 ho aperto l'azienda agricola, quasi per sfida con mio padre, condotta esclusivamente per autoconsumo familiare. Negli anni siamo cresciute insieme, con un rapporto di amore-odio, fino a diventare una microscopica realtà agricola basata essenzialmente sulla produzione di olio extravergine di oliva.

Solo quest'anno, al compimento del mezzo secolo, sono riuscita, grazie al sostegno di mio fratello, e di Fabrizio, un po' più della mia metà, a concretizzare il sogno dei miei genitori che, col tempo, è diventato anche il mio: alla fine di settembre 2020 ho finalmente aperto l'agriturismo.

La storia di questo progetto è stata talmente lunga e travagliata che ho avuto davvero taaaaanto tanto tempo per pensare al nome che avrei dato alla mia attività. Fin dall’inizio, quello che mi ha fatto sentire davvero parte di esso e che ha dato voce a quello che per me rappresenta questo posto, è stato “La Locanda del Bricco”.

Locanda mi suggerisce l’immagine di ospitalità, di calore umano, di un riparo con il focolare sempre acceso, di famiglia; Bricco è il luogo dove si trova la struttura, dove mia madre è nata e cresciuta.

Prende il nome dalla conformazione della collinetta di fronte a casa, che finisce in una forma a punta, leggermente scoscesa, proprio come il becco di una caraffa.

E da qui... Locanda del Bricco, un posto dove tutti sono i benvenuti, secondo il modo di vedere la vita che mi hanno trasmesso i miei genitori, una genovese “anomala” e un emiliano d.o.c.

Si potrebbe scrivere un libro sulle vicissitudini intercorse nell’arco di quasi 3 decenni, e probabilmente prima o poi lo farò per diletto; adesso però devo concentrarmi sulla realizzazione del mio obiettivo: dare vita a qualcosa di UNICO, che lasci nelle persone, oltre che la pancia felicemente sazia, la consapevolezza di non essere solo clienti.

La mia sfida personale è quella di sfatare il luogo comune sulla “tipica (IN)ospitalità genovese”!

La cosa più bella che mi sono sentita dire è stata: “Qui ci si sente davvero a casa!"...e ogni volta mi commuovo, e sento di aver fatto un piccolo passo verso la mia mèta.